Alle parole, parole preferiamo i numeri, numeri

All’indomani di piene, alluvioni, frane, nevicate, mareggiate, trombe d’aria e acqua alta che stanno flagellando l’Italia doveroso, nel momento delle polemiche, ribadire ancora una volta che l’Italia fragile è la scoperta dell’acqua calda.
Lo sappiamo da sempre e non facciamo niente di diverso se non riempire la testa degli italiani di chiacchiere.
Come se fosse l’unico modo per esorcizzare paure che si potrebbe semplicemente sconfiggere agendo.
Siccome noi preferiamo guardare ai fatti abbiamo deciso di regalarvi solo un po’ di numeri per pensare.

E non prendiamoci in giro dato che questi numeri sono noti da tempi e sono dati ufficiali.

Italia FragilePrevenzione? Parola bella solo nei carteggi e nei documenti se dal 1944 al 2012 per danni da dissesto idrogeologico si è speso più di 61 miliardi di euro!
Si sa tutto e da decenni.
All’indomani dell’alluvione di Firenze, venne istituita la “Commissione interministeriale per lo studio della sistemazione idraulica e della difesa del suolo”, più nota come Commissione De Marchi, dal nome del suo presidente, Giulio De Marchi, uno dei massimi ingegneri idraulici.
Tre anni di lavoro produssero nel 1970 un rapporto di 3.500 pagine in cinque volumi, in cui c’era tutto quello che serviva: analisi dei rischi, interventi necessari e loro quantificazione finanziaria.
Tutto è rimasto lettera morta, alluvione dopo alluvione, frana dopo frana, fino al 2014.
44 anni dopo il governo Renzi ha approvato il decreto legge
“Sblocca Italia” che dichiarava il dissesto idrogeologico un’emergenza e prevedeva misure urgenti per la sua mitigazione quantificando in 3,5 miliardi di euro l’anno la spesa affrontata dallo Stato, dal 1945 al 2014, per danni e risarcimenti da frane e alluvioni.
Solo poco più di un terzo dei comuni però mitiga oggi, soprattutto per il Patto di stabilità, il rischio idraulico tant’è che nel 42% dei centri abitati non viene svolta regolarmente la manutenzione ordinaria di fossi e corsi d´acqua, canali di drenaggio e scolo!

Dal 1950 ad oggi abbiamo contato 5.459 vittime in oltre 4.000 tra frane e alluvioni. La cementificazione e l’impermeabilizzazione del suolo, anche in aree a rischio è in gran parte responsabile di questi disastri.
Da un 
Rapporto dell’Ispra emerge che quasi il 20% della fascia costiera italiana – oltre 500 Kmq, l’equivalente dell’intera costa sarda – è ormai perso. E’ stato impermeabilizzato il 19,4% di suolo fino a 300 metri alla costa. Spazzati via anche 34.000 ettari all’interno di aree protette, il 9% delle zone a pericolosità idraulica e il 5% delle rive di fiumi e laghi.
Il cemento ha invaso persino il 2% delle zone considerate non consumabili (montagne, aree a pendenza elevata, zone umide).

A livello nazionale la percentuale di suolo direttamente impermeabilizzato è stimata al 7% , il 158% in più rispetto agli anni ’50), ma la quantità di territorio che, anche se non direttamente coinvolto, ne subisce gli impatti devastanti, è superiore al 50%.

Nella classifica delle regioni “più consumate”, al primo posto troviamo Lombardia e Veneto (intorno al 10%), mentre alla Liguria vanno le maglie nere della copertura di territorio entro i 300 metri dalla costa (40%), della percentuale di suolo consumato entro i 150 metri dai corpi idrici e quella delle aree a pericolosità idraulica, ormai impermeabilizzate (il 30%).

Ispra sottolinea il collegamento dei fenomeni di frane e alluvione con i cambiamenti climatici: sia frane che alluvioni sono strettamente collegate agli eventi estremi di pioggia.
Da qui la previsione che le crisi idrogeologiche sono destinate ad aumentare nei prossimi anni.
In Italia sono in corso 620.808 frane, che interessano il 7,9% del territorio. Ogni anno le frane che si attivano sono qualche centinaio.

Insomma un messaggio chiaro ai politici. Gli strumenti di pianificazione ci sono (Piani di Assetto Idrogeologico, Piani di gestione del rischio alluvioni), le Autorità di Distretto esistono, importante è mantenere e aumentare la spesa pubblica per la prevenzione e manutenzione del territorio.
Un investimento fondamentale per ridurre i rischi e i danni, e che potrebbe generare occupazione qualificata.
Bisogna agire prima e non pagare i conti dopo.
E questo sarebbe davvero un evento clamoroso nella nostra Italietta spremuta, scossa e inondata.

 

Be the first to comment

Leave a Reply

L'indirizzo email non sarà pubblicato.


*