Effetto Venezia

Nei giorni delle polemiche e delle passerelle politiche mentre Venezia si trova ancora bagnomaria s’ignora che presto la Serenissima non sarà sola. Siamo preparati ad affrontare i cambiamenti climatici? Ne abbiamo parlato con due disaster manager

 

Succederà sempre più spesso e mentre continuiamo a ignorare gli allarmi sui cambiamenti climatici ignoriamo anche la buona prevenzione per concentrarsi sulle polemiche.
Se Venezia si trova a fare i conti con l’acqua alta da record di 187 cm. una riflessione dobbiamo pur farla dato che questo evento che non si verificava dal 1966 secondo gli esperti sarà sempre più frequente a causa dei cambiamenti climatici e l’ignorato e contemporaneo abbassamento del livello del suolo misurato in circa 12 centimetri a causa dello svuotamento della falda acquifera.

L’effetto serra incide non tanto sull’alzarsi dell’acqua ma quanto sui contemporanei e sempre più frequenti venti da sud che spingono l’acqua dell’Adriatico dentro la laguna.
Gli scenari per Venezia a lungo termine, peraltro noti, non sono incoraggianti e riguardano anche altre aree costiere italiane ed europee.
Un gruppo di ricercatori dell’Università di Kiel nel 2018 ha pubblicato sulla rivista Nature Communication uno studio sui 49 siti Unesco situati vicino alle coste in 16 paesi del bacino del Mediterraneo. Si evince che l’Italia, che ospita il numero più alto numero di siti Unesco, è a rischio inondazioni catastrofiche. Quei rischi che si definivano finora centennali, ovvero con un eventualità ogni 100 anni dal 2100 si calcoleranno su spazio di 40 anni. 13 su 37 siti Unesco sono a rischio, non solo Venezia. L’area archeologica di Aquileia, Ferrara e parte di Ravenna con picchi di maree a 2,5 metri.
Secondo uno studio SaveMedCoast del 2018 coordinato dall’Istituto di Geofisica invece lo scenario si allarga a Vernazza e Monterosso nelle Cinque Terre in Liguria e alle spiagge di Lipari sulle Eolie.
Infine secondo una pubblicazione Enea del 2019 le aree costiere e i porti a rischio inondazione nel 2100 saranno ancora di più a causa di un innalzamento del mare stimato fra 0.94 e 1,035 metri nella migliore delle ipotesi. In questo caso sarebbero ben quaranta le aree costiere interessate: la vasta area del nord Adriatico fra Trieste, Venezia e Ravenna, la foce del Pescara, del Sangro e del Tronto in Abruzzo; l’area di Lesina nei pressi di Foggia e l’area di Taranto in Puglia, la zona di La Spezia in Liguria, tratti della Versilia, Cecina, Follonica, Piombino, Marina di Campo sull’Isola d’Elba solo per fare qualche esempio.
Scenari possibili a cui dovremmo cercare di farci trovare preparati. E qui entra in campo la Protezione Civile che (come dice la parola stessa) nasce per proteggere e non per intervenire quando i buoi sono scappati dalla stalla (come pensano erroneamente molti).

Così nei giorni in cui le polemiche vertono su Mose sì, Mose no noi di Toscana Wow vogliamo andare oltre e soffermarci sulla reale situazione della prevenzione in Italia che non ci pare messa bene dato che, al primo nubifragio contiamo morti come in guerra.
Come già accennato nell’articolo scritto all’indomani dell’anniversario dell’alluvione di Firenze in Italia abbiamo seri problemi di prevenzione.

In qualche comune i sindaci non sono consapevoli della responsabilità del ruolo, in altri i piani di protezione civile se esistono sono approssimativi e altri sono privi di strutture tecniche organizzate e professionali a supporto.
Troviamo gravissimo che un sindaco possa non comprendere la necessità di dotarsi di questo tipo di strutture dirottando magari i fondi necessari alla sagra di turno e poi le responsabilità in caso di disastri ad altri.

Il nostro non è allarmismo ma realtà. Ne abbiamo parlato con due Disaster Manager, professionisti altamente formati nella prevenzione rischi e gestione emergenze. Coloro che, in poche parole sanno cosa fare, quando farlo e come farlo per garantire la nostra incolumità. E se non conoscevate questa figura professionale sappiate che siete in buona compagnia.

Parlando di Venezia la risposta è stata chiara. L’acqua alta non è un evento estremo in quella città e quindi esisterà sicuramente un adeguato piano di protezione civile e i tecnici veneziani sapranno come agire.
Le immagini del post acqua alta però fanno riflettere. Come mai i vaporetti sono incastrati nei ponti e le barche sono finite nella calli?
Fortuna vuole che il loro rompere gli ormeggi non abbia causato vittime e danni ingenti ma in quel caso qualcosa non ha funzionato. Perché non erano stati rafforzati gli ormeggi?

Poi c’è il grande tema della sicurezza delle opere d’arte, ma anche qui i nostri interlocutori qualche sassolino dalla scarpa se lo tolgono.
Esistono squadre di volontari altamente preparate nel supportare i vigili del fuoco e i tecnici museali nella messa in sicurezza dei capolavori. Gruppi che però oi vengono ostacolati del Ministero dei Beni Culturali nella remota ipotesi che, questi volontari, una volta formati possano pretendere di partecipare ai concorsi del Ministero come se saper spostare un manufatto corrisponda a una specializzazione in restauro!

Domandiamo poi quale sia la situazione nei comuni meno grandi e le risposte non sono incoraggianti.
Durante le esercitazioni che servono a testare la macchina comunale capita che i sindaci vadano nel panico solo all’ipotesi, ad esempio, di non poter comunicare col telefono o che non sappiano cos’è il piano di protezione civile o non l’abbiano mai visto e letto. Peggio ancora quando lo hanno e non lo rinnovino o incarichino alla loro redazione tecnici esterni che in cambio di notule salate forniscano piani di protezione civile “copia-incollati”.
Forse è l’ora di svegliarsi dato che i cambiamenti climatici paiono inevitabili e le prospettive non sono buone.

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