ESCLUSIVO: un viaggio per la vita e con Alessandro Maria

Nadia Fondelli racconta le sue emozioni da volontaria del Nucleo Operativo di Protezione Civile Logistica dei Trapianti nel delicato compito anche di gestire la riservatezza sull’arrivo e il tasferimento al Bambino Gesù del bambino per cui tutta Italia si è mobilitata alla ricerca di un midollo osseo salvavita.

20181129_112246Arriva un messaggio sul telefono. Lo guardo con sufficiente distacco e fastidio come ormai facciamo tutti dato che le nostre giornate sono scandite dai trilli della messaggistica che ti vuole sempre pronto e scattante.

Nel bel mezzo di una bella verticale di grandi vini butto discretamente l’occhio su quel messaggio. Lo leggo ed è un tuffo al cuore.
Appoggio il bicchiere, leggo e rileggo. Tiro un respiro profondo, forse cambio anche espressione dato che chi mi è vicino chiede: tutto bene!
Sì tutto bene, ma… Sarò all’altezza di questa missione?
Due cose sono certe; quel vino sarà il mio perpetuo portafortuna e se il “grande capo” mi ha scelto per questa missione mi devo sentire non solo onorata, ma prescelta e non posso dire di no.
Ho poche ore e poca lucidità, travolta come sono dall’emozione, per ribaltare in poco tempo -l’organizzazione sempre perfettibile di una mamma, moglie e libera professionista prestata a una missione da volontaria da ricordare. Ma ce la devo fare e ce la farò grazie a una rete di familiari e amici evocati al babysitteraggio.
La mia vita di cronista è spesso intervallata da un’attività di volontariato di cui vado fiera e che ultimamente, a dire il vero, poco pratico per il logorio della vita moderna.
Essere “corrieri della vita” non è cosa facile e presuppone assenze dal lavoro, dalla famiglia di alcuni giorni e non sempre anche se vuoi puoi. Poi c’è la parte emotiva da tenere a briglie tirate, cosa ancora più difficile.
Massimo questo mestiere lo fa sempre, anzi è lui che lo ha inventato è quando ha deciso di mandare quel messaggio proprio a me, conoscendolo sempre lucido e pacato anche nelle tempeste avrà riflettuto che avere accanto anche un volontario-cronista forse poteva essere utile a domare l’eco mediatico che si è sollevato attorno a quella missione, in cui andremo a prelevare e consegnare uno dei carichi sicuramente più grossi degli altri precedenti 10.000.
Enzo invece vive a Como, sì è buttato giù dal letto in piena notte e non ha preso certo uno di quei treni comodissimi e superveloci per poter essere a Firenze alle 6.45 di mattina, ma quando ti saluta con un sorriso entusiasmante che divide in due la sua nera barba ti regala un buongiorno unico per una giornata che si preannuncia davvero carica di responsabilità ed emozioni.
Il giorno comincia a fare capolino fra i profili del campanile di Santa Maria Novella e l’odore di caffe sale da uno dei primi bar ad aver alzato il bandone accompagnandoci in auto.
Appena passato il casello di Firenze sud già il sole fa capolino dalle colline mentre Enzo inizia a raccontarci, per filo e per segno travolgendosi con il suo entusiasmo, tutte le fasi che hanno portato a quell’appuntamento dato che è lui che ha tenuto i contatti con la famiglia del bimbo per cui tutta l’Italia si è mobilita.
“Dobbiamo essere sulla pista di Ciampino alle 11.20 esatte, perché l’aeroambulanza da Londra sarà puntuale”.
I chilometri scorrono veloci come le chiacchiere fra noi; serie e facete fatte apposta per tenere a bada le emozioni.
Valdarno, Valdichiana, Orte, Orvieto, Magliano Romano e la capitale che si avvicina annunciandosi con il suo traffico.
Siamo in anticipo. Enzo controlla il suo telefono dopo un trillo: “Sono partiti puntuali da Londra!”.
Il grande raccordo anulare è stranamente poco trafficato. Ciampino è già davanti a noi. C’è il tempo per una colazione rilassante.
“Gli amici della Croce Rossa con l’ambulanza attrezzata ci aspettano al varco aeroportuale” dice forte e chiaro Massimo mentre appoggia la tazzina con l’ultimo goccio di caffè rimasto lì.
Il varco-dogana di Ciampino ci accoglie con il suocrigido posto di controllo e il venticello freddo che viene dal mare e che sferza sulle nostre facce che cercano il sole e il suo calore.
“Sono le 11.00, andiamo!”
Seguiamo sulla pista l’auto di servizio aeroportuale zigzabando fra aerei più o meno grandi in cerca della piazzola di atterraggio del suo aereo.
Scendiamo sul cemento della pista e rimaniamo fermi a naso in su a seguire con lo sguardo quell’atterraggio. Il piccolo aereo bianco tocca terra e si avvicina. Sempre più.  Alessandro Maria, il suo papà e la sua mamma sono lì. Siamo in silenzio a vivere l’emozione ascoltando il battito dei nostri cuori, sempre più forte. Eppure siamo due equipaggi salvavita abituati a tanto.
La porta si apre, la scaletta è giù, scende il medico, l’infermiere, il papà accompagnato dai tanti bagagli di chi chiude casa chissà per quanto tempo, il pilota e il copilota con cui ci stringiamo la meno come tacito segno di fratellanza e poi arriva lui; imbaccuccato e protetto dal suo piumino e dalla sua mamma.
La sua manina si allunga per cercare i nuovi amici e giocare. I suoi immensi occhi azzurri che hanno fatto mettere in coda migliaia di italiani per cercare di diventare suoi donatori di midollo sono lì, davanti ai miei. Sorrido e mi sorride.
Mi distraggo e aiuto a prendere i bagagli, rischierei di farmi scendere le lacrime e non posso, e poi davanti a lui.
Via in ambulanza lui e a scortali davanti noi verso il Bambino Gesù.
“Speriamo di non trovare traffico ma meglio fare il raccordo e se io accendo la sirena fatelo anche voi” dice l’autista dell’ambulanza. “Cerchiamo di evitarlo per non spaventare il bambino”, rispondiamo.
È via verso l’ospedale dove all’ingresso ci accoglie a braccia aperte in un abbraccio una statua di Maria. Siamo nell’area ospedaliera, i vigilanti cercando di farci ala protettiva ben cosci del momento.
Alessandro Maria che non abbandona mai la sua automobilina scende, sempre in braccio a mamma, e s’infila nel corridoio al coperto.
Protesta, vuole tornare ad ammirare, sorridendo buffo, la luce blu dei lampeggianti dei nostri mezzi di soccorso; lo stesso lampeggiante blu che ha anche la sua automobilina!
Affondo ancora lo sguardo nell’oceano dei suoi occhi sorridenti nel saluto mentre la porta dell’ascensore si chiude davanti a me ma sia spalanca nella sua e nostra speranza.
Forza Alessandro Maria, chi gli scorda quei tuoi occhi!

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