Gita a Suvereto. Dove mangiare e dove NON mangiare

20171004_150306Avendo pur sempre nel nostro staff anche degli esperti di enogastronomia fare qualche incursione in questo mondo oggi fatato e miracolato ci piace.
Anche per riportare l’argomento agroalimentare a quello che è: non un circo.

I nostri redattori, che erano nelle cucine e nelle cantine in tempi non sospetti – ovvero quando i cuochi si chiamavano tali e non Chef o Maestri e il vino era solo un fiasco per ubriaconi – sentono il dovere ogni tanto di fare qualche incursione.
Così abbiamo deciso di metterci anche noi a fare i recensori, non 20171004_152107stile trippa sia ben inteso, ma vorremo fare delle segnalazioni su dove non andare…
Penserete che vogliamo anche noi fare i sentenziatori da forchetta? Non è questa la nostra intenzione. Vorremo solo riuscire a unire territorio, cultura e prodotto come peraltro da sempre facciamo senza soffermarci troppo su alchimie linguistiche da soloni.

Pochi giorni fa transitavamo fra il salmastro e le ciminiere di Piombino e i poggi dolci e nobile delle Colline Metallifere e nei pressi di Suvereto ci è venuta fame.
Decidere di fermarsi in quello splendido borgo – fra i più belli 20171004_143153d’Italia – è stato inevitabile. Parcheggiata l’auto fuor le mura ci siamo incamminati sulle stradine selciate in salita fra vicoli, archi e ciottoli a far da contorno alle torli merlate del sontuoso castello e i turisti fuori stagione a naso in su.

I profumi dell’ora del desco stuzzicavano le nostre papille né più né meno di quello che riuscivano a fare le insegne e le lavagnette che rimandavano a zuppe, funghi e pesce fresco a unire quella terra fra mare e bosco.
E così attratti dalla scenografia di tre tavolini di legno incastonati dentro un antico arco ci siamo sedute e abbiamo letto zuppa. Sì 20171004_143146quella volevamo!
Passa il tempo e nessuno viene a servirci o dirci semplicemente che dovevamo fare da soli. Ci alziamo andiamo in fronte a una scalcinata botteguccia dove una signora sudaticcia, che stancamente si trascina sulle ciabatte alla nostra domanda:
“Buongiorno cosa c’è?” (dato che nella vetrinetta c’era il vuoto assolto), non alzando lo sguardo risponde a monosillabe zuppa.
Prende le uniche due ciotole presenti in un angolo della vetrina dove tre fagioli risecchiti emergono da una sostanza rafferma, lì gira col cucchiaio e poi verso un’altra signora ancora più ombrosa che emerge dal retrobottega che la infila nel microonde due minuti e ce 20171004_142418 (1)le porge così….
Vassoino, piatti, tovagliette e posate tutti rigorosamente di plastica a o di mensa sono da prendersi a parte e da noi ovviamente.
Ma la fame non è certo placata da quei due cucchiaio di zuppa e alla domanda: c’è altro? La risposta, sempre senza alzare la testa è. No!
Nel frattempo però entra un giovane, che un altro astante saluta come il fratello della signora che subito apre la porta del retrobottega e dice alla collaboratrice: “butta i taglierini per il io fratello.”
Ma come, per i clienti non c’è niente e per il fratellino sì?
Beh forse disturbiamo, siamo a casa loro e non ce ne siamo accorti anche se è un negozio, con un insegna che offre cucina….
Inevitabile alzare il tacchi e trovare poco oltre il rovescio della medaglia.

Nel bel terrazzo naturale in pietra accanto al castello, tavolini country in ferro battuto apparecchiature casual ma non casuale e un giovane simpatico, sorridente e accogliente ci saluta con un sorridente buongiorno da sotto dei baffoni primo novecento ben pettinati e inamidati.
Sediamo, il menù è sorpendente con le sue proposte di territorio, stagionalità e creatività e c’è di più.  La lavagnetta del giorno che il giovane presenta nei dettagli, ingrediente per ingrediente cottura per cottura.
Gli assaggi poi assolutamente all’altezza della presentazione, così come il vino, rigorosamente autoctono.

Il pensiero finale è che, nello stesso paese, anzi in linea d’aria solo a cento metri l’uno dall’altro esistono due mondi diversi, due diverse filosofie d’intendere l’ospitalità.
Anzi a dir bene uno rappresentava l’ospitalità e l’altro l’antiospitalità.

Consigliamo a tutti di provare la cucina de “I’Ciocio” in Piazza dei Giudici,1 e tenetevi invece alla larga da “Da Cinzia” via Magenta, 5/7

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