Grazie ai Pinguini, Il suicida di Nikolaj Erdman è sbarcato al Cestello

Eroi per caso, attori per caso, Neripercaso, suicidi (o presunti tali) per caso. Evidentemente, il caso, nel mondo dello spettacolo e nel quotidiano funziona. Almeno in parte. Sembra questo uno dei significati portanti de Il suicida, un testo che meritevolmente I Pinguini hanno riadattato e riproposto al Teatro di Cestello di Firenze sabato 16 e domenica 17 febbraio. Un testo scritto da Nikolaj Erdman, moscovita, adolescente ai tempi della Rivoluzione d’Ottobre e autore in un’epoca certo non fra le migliori della Russia sovietica.

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L’opera, infatti, risale agli anni Venti del ‘900 e, nell’Est europeo, è l’epoca di Stalin e dei gulag.

Al centro de Il Suicida, il personaggio di Senja (Pietro Vené), disoccupato della Capitale, il quale, per un gustoso equivoco a base di salsicce, viene creduto sul punto di uccidersi. Dall’errore nasce la spirale di un’incredibile vicenda: di Senja si interessano intellettuali, popi, artisti, macellai e belle avventuriere. Tutti con il medesimo scopo: approfittare in qualche modo della morte dell’uomo, farla propria, usarla, abusarla. Da questa girandola di falchi e avvoltoi, parte uno straordinario meccanismo narrativo tra commedia e tragedia, dai vari sviluppi drammaturgici, brillantemente risolti dai Pinguini.

Il primo allestimento de Il Suicida risale al 1928. Il regista è Vsevolod Ėmil’evič Mejerchol’d, il teorizzatore della biomeccanica. L’opera viene subito censurata dal regime stalinista e il suo autore, tra il controrivoluzionario e l’anarchico assoluto, finisce in Siberia, destinazione, ovviamente, un gulag. Bisognerà attendere sessant’anni, ovvero il 1990, per rivedere la pièce di nuovo sulle scene.

Blaco Macellaio

Ed è un peccato, poiché il testo di Erdman coglie l’essenza estetica e contenutistica del caso e dell’equivoco come parte essenziale della realtà umana, al di là di ogni filosofia, ideologia, religione o pregiudizio.

E lo fa scegliendo il terreno minato del suicidio, affrontato in maniera non astratta, bensì quanto mai concreta e vitale attraverso il personaggio, l’individuo, il suicida appunto, che, in questo gioco delle parti e delle derive umane, trasforma Senja in una sorta di uno, nessuno e centomila apparentemente alla deriva, ma in realtà, nel suo ondivagare, più centrato del composito coro degli approfittatori che lo circondano.

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Bene la regia e l’interpretazione dell’ottimo gruppo dei Pinguini, in grado di fortificare una scelta di repertorio coraggiosa e tutt’altro che scontata: Il Suicida e Nikolaj Erdman, infatti, sarebbero all’opposizione in qualunque regime.

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