I Giganti della Montagna fino al 3 novembre alla Pergola: un sogno? un doppio sogno? quale sensazione?

Luigi Pirandello, I Giganti della Montagna, Gabriele Lavia, il Teatro della Pergola, Firenze: cinque grandi, come cinque dita per una stretta di mano alla quale è difficile resistere. E non è semplice nemmeno abbozzare una recensione. Infatti non la scriverò.

I-giganti-della-montagna_05-870x580Ci sono situazioni in cui è meglio lasciarsi andare alle sensazioni, allo sguardo, al vissuto. Ieri sera, un bel venerdì di fine ottobre, seduto nella platea di quell’affascinante spazio scenico la cui storia inizia nel 1656, ho fatto proprio questo: all’analisi razionale o ragionevole dello spettacolo, ammirabile nella sua grandezza fino a domenica 3 novembre, ho anteposto l’emozione e l’impatto.
La vicenda di questa ultima ed incompiuta opera di Pirandello è nota. La compagnia di attori, guidata dalla contessa Ilse, che ha deciso di rappresentare La favola del figlio cambiato, non trovando accoglienza in nessun teatro, approda alla villa degli Scalognati, strano luogo popolato da insoliti personaggi ed eventi e diretto dal mago Cotrone. Lì tutto può succedere. È sufficiente ascoltare quanto lo stesso padrone di casa, un Gabriele Lavia in ottima forma, spiega alla nobile prima attrice sua ospite (cito a memoria): “Siamo qua come agli orli della vita, Contessa. Gli orli, a un comando, si distaccano, entra l’invisibile: vaporano i fantasmi. È cosa naturale che di solito avviene nel sogno. Io lo faccio avvenire anche nella veglia. Ecco tutto. I sogni, la musica, la preghiera, l’amore… Tutto l’infinito che è negli uomini, lei lo troverà dentro e intorno a questa villa”. E i giganti della montagna? Sono potenti creature esterne alla villa, con le quali, in un modo o nell’altro, toccherà alla fine confrontarsi. Probabilmente.

I-giganti-della-montagna_04-870x580Nell’onda che viene e che va delle mie sensazioni, la prima è il movimento. La Pergola si apre e si chiude come un mantice agli spostamenti mutevoli ed eleganti – da stormo di uccelli – dei vari gruppi e dei singoli che albergano sul palco, in platea, dietro enormi teli, fra gli spettatori e alle spalle di essi, e fra luci che accompagnano il sogno/incubo di una realtà irreale dove agire è comunque magico e conturbante.

I-giganti-della-montagna_02-871x580La seconda è il colore o, se preferite, i colori. Con il plurale meglio si rende la quantità di suggestioni cromatiche – tutte specchio di anime – che avvolgono i mille campi visivi del pubblico. Con il singolare cromatico collettivo, il gioco è fatto, l’unità di intenti è raggiunta, l’armonia di pathos e narrazione incarnata – come una tavolozza – nei luoghi e nelle maniere giuste.

I-giganti-della-montagna_03-870x580La terza sono i fantasmi, quell’uno nessuno e centomila che si nasconde in ciascuno di noi, in tutti gli attori e le attrici, in ogni autore di teatro: “milioni di maschere e pochi volti”, dice Cotrone. Quelle stesse figure – insieme inquietanti e rilassanti – che, più o meno consapevolmente, servono o, quanto meno, aiutano a tirare fuori – dall’inconscio? dal subconscio? o dal preconscio di schnitzleriana memoria? – le verità che la coscienza rifiuta.

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Fantasmi, larve, spettri, farfalle – belle da lontano, meno attraenti da vicino, come notava ormai molti anni fa il mitico Snoopy -, ombre, manichini, milioni e milioni di maschere…
E infine, all’arrivo e al passaggio assordante e maestoso dei giganti della montagna, la quarta sensazione: la paura. “Ho paura, ho paura”… sono le ultime parole di Pirandello, il suo testamento spirituale e letterario, si è detto e scritto. Testamento: ma ne siamo proprio sicuri? Il grande siciliano, che qui si riconosce nel mago Cotrone, sapeva forse che sarebbe morto dopo averle scritte, senza poter aggiungere niente? Improbabile. Quindi, anche il testamento è “solo” una sensazione, non una certezza, è un sogno, un doppio sogno, a tratti un incubo, un transito, un rifugio, un brivido, una follia, un flusso d’arte e di coscienza, è la scena, il teatro. Tutto il teatro. E la paura non finisce, non conclude, rilancia: dopo la notte tornerà il giorno, al sonno seguirà il risveglio, il sipario si riaprirà.

I-giganti-della-montagna_06-871x580Grande evento I Giganti della Montagna di Gabriele Lavia. È questa l’ultima sensazione. La più intensa.

I Giganti della Montagna, di Luigi Pirandello.
La Compagnia della Contessa: Federica Di Martino, Clemente Pernarella, Giovanna Guida, Mauro Mandolini, Lorenzo Terenzi, Gianni De Lellis, Federico Le Pera, Luca Massaro.
Cotrone detto il Mago: Gabriele Lavia.
Gli Scalognati: Nellina Laganà, Ludovica Apollonj Ghetti, Michele Demaria, Simone Toni, Marìka Pugliatti, Beatrice Ceccherini.
I Fantocci (personaggi della Favola del figlio cambiato): Luca Pedron, Laura Pinato, Francesco Grossi, Davide Diamanti, Debora Rita Iannotta, Sara Pallini, Roberta Catanese, Eleonora Tiberia.
Scene: Alessandro Camera. Costumi: Andrea Viotti. Musiche: Antonio Di Pofi. Luci: Michelangelo Vitullo. Maschere: Elena Bianchini. Coreografie: Adriana Borriello. Assistenti alla regia: Bruno Maurizio Prestigio, Lorenzo Volpe – iNuovi.
Regia: Gabriele Lavia.
Produzione: Fondazione Teatro della Toscana. In coproduzione con Teatro Stabile di Torino, Teatro Biondo di Palermo.

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