Il falso ambientalismo della regione Toscana

L’agenzia Apat è sull’orlo del collasso finanziario ma non solo. La sua decadenza è frutto di una precisa scelta politica? Cosa significa e che conseguenze può avere legare le mani all’agenzia regionale per la protezione ambientale toscana in un’epoca i cui sui temi ambientali c’è molta attenzione?


controlli-amb-3Togliere risorse economiche e negare l’indipendenza sancita dalla legge con cavilli poco comprensibili al controllore è solitamente l’anticamera di una dismissione. Una scelta politica precisa.
Finalmente anche i lavoratori di Arpat, dopo aver ingoiato a vuoto nel silenzio per tanto tempo hanno deciso di vuotare il sacco e sono in agitazione.
Non ce la fanno più a nascondere ai cittadini preoccupati per le tante emergenze ambientali (specie nell’area compresa fra Firenze, Prato e Pistoia) che non possono essere autonomi come dovrebbero e che i loro controlli tecnici finisco nelle mani della politica.

Controlli-ambientali2La regione Toscana pare senta Arpat come un fastidio, un organismo terzo che va a mettere il naso anche dove è meglio non andare.
La legge regionale in essere permette questo. Permette che il direttore generale di Arpat venga nominato dalla Giunta e non dal Consiglio regionale, che i tecnici non possano partecipare alle conferenze dei servizi per illustrare i loro dati che, invece, devono essere consegnati e “raccontati” dai politici.
Perfino il piano d’indirizzo annuale dell’attività viene deciso dalla arpat_logo_verticale_300dpiGiunta che ha quindi pieni poteri su cosa controllare e cosa no con buona pace dell’autonomia dell’ente che rimane in essere solo sulla carta.

Neanche la prossima imminente revisione della legge promette bene facendo intuire fra le righe un preciso orientamento di rendere l’agenzia non ente terzo autonomo ma di fatto alle dirette dipendenze della regione in barba alla legge nazionale e con buona pace dei comitati di cittadini.

La carenza del personale poi è sempre più un emergenza. I lavoratori sono sempre meno, chi va in pensione non viene sostituito e i controlli ambientali di conseguenza divengono più scarsi.
Esemplificativo è il caso di Pistoia, zona peraltro dove l’attenzione è da codice rosso. Una zona massacrata dall’uso (peraltro autorizzato dalla regione stessa in data 30 luglio 2018) di glifosato e altri 29 pericolosissimi pesticidi nelle falde 4-1acquifere.
Pericoli riconosciuti non solo dai dati presentati da noti oncologi, ma anche dalla stessa Europa che ha messo fuorilegge questi pesticidi.
A Pistoia su 7 tecnici Arpat ben 3 se ne andranno in pensione nei prossimi mesi. E così chi andrà a controllare – ammesso che la regione decida di inviare i tecnici – quelle falde acquifere velenose che già mandano in ospedale e al camposanto un numero statisticamente importante di pistoiesi?
Ma non è la stessa regione Toscana che 13 anni fa, in un capolavoro di buona gestione ambientale e tutela della salute dei suoi cittadini, aveva negato l’uso di questi veleni con il suo decreto legislativo 152/2006 anticipando l’Europa?

Nell’epoca di Greta Thumberg qua da noi in controtendenza sempre più si tenta, nel silenzio di media e istituzioni in alcuni casi complici, di rendere debole e muta Arpat chiudendo così il cerchio di un’esecuzione perfetta iniziato nel 1993 con lo sciagurato referendum che separò ambiente e salute e la falsa abolizione delle provincie (e con esse della polizia provinciale) volute dal governo Renzi nel 2014.
Siamo in Toscana la terra dove l’assessore all’ambiente, anche a noi, aveva dato più volte il legittimo dubbio di essere troppo impegnata.
Lo è stata per ben due volte non presentandosi seppur annunciata in occasione del forum nazionale e internazionale dei giornalisti ambientali ospiti in regione.
Lo è stata negando un appuntamento alla nostra redazione quando voleva farle solo alcune domande sulla gestione della plastica e lo è stata durante la chiusura del progetto Urban Waste dove non si è presentata all’apertura dei lavori nell’imbarazzo di chi aveva lavorato al progetto.
Ma siamo però certi che saranno di contrappasso impegnati anche i giovani di Friday for Future, più volte sollecitati ad un incontro con foto di rito con l’Assessore. Giovani perspicaci e all’ambiente credono da vero e che amano sfuggire alle trappole delle facili strumentalizzazioni.

Per capire la gravità della situazione in cui si è costretto Arpat bastano alcuni numeri.
La limitazione della spesa di personale impedendo le assunzioni ha fatto diminuire il personale del 17% nel periodo 2010-2018 (da 771 a 637 dipendenti) ma non solo.
Il dato drammatico sono i controlli fatti, meglio dire non fatti e lo si evince dal confronto fra il 2017 e il 2018 annunciando che nel 2019 sarà ancora peggio.
IL controllo delle acque di scarico (depuratori civili e industriali, ecc.) sono a -18%; le analisi alle emissioni in atmosfera di impianti industriali -30%; i controlli sull’inquinamento acustico (strade, aeroporti, esercizi pubblici, ecc.) sono a -38%; i controlli sull’elettromagnetismo (stazioni radio, Tv e telefonia; elettrodotti; ecc.) -10%; quelli su impianti di gestione rifiuti (discariche, inceneritoti etc.) -12%:
Dulcis in fundo i pareri tecnici (per autorizzazioni e valutazioni ambientali) resi alle amministrazioni locali che segnano quasi -8% e, su recente decisione della regione, vengono rimpiazzati da un “contributo” rilasciato agli Uffici regionali, liberi di decidere come recepirlo (posizione unica regionale).

I giovani ci chiedono azioni e noi torniamo indietro? Chi se ne prende la responsabilità?

 

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