Il grande vino che scende in città

Anche quest’anno il grande vino è sceso, con successo in città. Una tradizione che si rinnova ad ogni febbraio quando, per la 27 volta in questo 2020 l’aria frizzante, le dolci colline e il nettare di bacco più pregiato della campagna che divide Firenze da Siena scende in città.

foto, Caterina Mori

Lo fa mettendo l’abito delle feste negli spazi vintage e nostalgici della stazione Leopolda. Quella stessa stazione dove sbuffavano di nero carbone le prime locomotive. Su quei treni dove forse è salito anche quel barone Ricasoli che sognava l’Italia mentre inventava nel suo castello di Gaiole la formula del Chianti Classico.

Tralasciando i discorsi di rito, i numeri record dell’edizione in presenze, nonostante il Coronavirus, la kermesse a livello qualitativo regala un Chianti Classico che torna a cercare l’identità del suo essere in bottiglia. Magari trovando nella Riserva e Gran Selezione la nicchia che conquista i palati più raffinati dell’export.

Nel bicchiere che rotea in controluce nella penombra vediamo l’invaiatura perfetta, sentiamo il profumo di viola e di campagna toscana, degustiamo tannini morbidi che accarezzano.
Un grande classico che non tradisce mai anche se il gioco di parole può sembrare scontato.

L’edizione 2020 ci lascia soprattutto la conferma di una formula rinnovata che conquista. Al di là dei banchini d’assaggio dov’è possibile scambiare due parole coi produttori fra un bicchiere e una gomitata; della grande sala riservata alle degustazioni tecniche della stampa; delle passerelle istituzionali che si perpetuano ad ogni cerimonia fa colpo su tutto l’idea della “cena diffusa” in città.

Lo spalmarsi dei produttori in più ristoranti del centro città scekerandoli al tavolo insieme ai giornalisti sorte l’effetto voluto.
Un convivio riuscito, una sorta di be to be, la possibilità fra vino e buon cibo di raccontarsi e raccontare.
Un’idea vincente per togliersi la polvere di dosso e aprire il Chianti Classico al turismo esperenziale.
Quello che, dopo la svolta enoturistica degli anni Novanta, pare essere chiave di volta per conquistare un turista sempre più annoiato e alla ricerca di altro.

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