La bottiglia di plastica che diventa scarpa e costume da bagno

Dopo i grandi (e soliti) proclami della presentazione ufficiale si sono spalancate le porte della Fortezza da Basso su Pitti Uomo, osservatorio della moda maschile.

La 95esima edizione di Pitti Uomo ha visto un’affluenza costante dall’estero, ma un deciso calo (-8%) dei compratori italiani e un numero di 36000 visitatori.
Un’edizione che, fra i 1230 marchi presenti e il solito tourbillon di feste e prosecchini in ogni angolo della città possiamo definirla dalla decisa svolta etico-ambientale.

Parlare di riciclo e sostenibilità non è solo una tendenza, ma, finalmente si è capito che può generare grande business.
20190110_112105Negli ultimissimi anni le aziende stanno tentando in molti modi di cambiare il loro approccio. L’industria si fa verde e il cambio di direzione comprende materiali, pakaging, e produzione.
Primo fra tutti c’è il rispetto degli animali pur senza l’estremismo vegano. Se le pellicce sono out ormai da una generazione sono decisamente sul viale del tramonto anche i piumini in piuma d’oc. Ma oggi serve molto di più.
Serve risparmiare acqua, utilizzare lavorazioni green, limitare l’immissione di gas venefici nell’atmosfera, usare materie prime naturali e soprattutto spingere sull’accelleratore dell’utilizzo della materia prima seconda liberando il pianeta dalla tantissima plastica che lo sta sommergendo.

E così fra snackers ecofriendly che prevedono la messa a dimora di un albero per ogni paio di scarpe vendute; il jeans realizzato con tintura naturale, atossica, biocompatibile e biodegradabile e con impianti industriale a bassa emissione di Co2 e risparmiano acqua; il piumino realizzato con piuma sintetica riciclata da bottiglie di plastica su tutto ci hanno colpito per i loro valori due brand: uno giovanissimo italiano e uno spagnolo.

20190110_112137Pensando al mare e a quanta plastica sia nei fondali interessantissimo è il progetto di Chimorazo che per la prima volta nella sua giovanissima storia ha portato a Firenze parka, bomber e blazer realizzati dalla trasformazione di materie dannose per l’ambiente, prima tra tutti la plastica.
La stessa plastica ripescata dal mare con cui realizzano bellissimi costumi da bagno morbidi come seta e elegantemente stampati con animali in via di estinzione.
Non solo, i due giovani imprenditori dai proventi delle vendite donano poi ogni anno parte del ricavato a un progetto di recupero ambientale: la riserva marina di Portofino è stata lo scorso anno beneficiaria della loro prima collezione mare. “Il nostro obiettivo non è solo usare materie prime naturali – racconta con entusiasmo Francesco, uno dei due titolari del brand – ma soprattutto recuperare dal mare tutto ciò che vi abbiamo gettato negli anni. Il sogno? Avere Piero Angela come testimonial e riuscire con questa collezione invernale a poter aiutare qualche parco, magari quelli delle Dolomiti danneggiati dal maltempo. Ecco, con la collezione estate aiutiamo un parco marino e con quella invernale un parco interno. La moda può e deve pensare alle generazioni future”.

IMG-20190109-WA0020E a proposito di future generazioni è guardando in faccia suo figlio e pensando a che pianeta gli avrebbe lasciato che lo spagnolo Javier Goyeneche (che con la sua capsule collection ha vinto il Peta Fashion Award 2018) oggi fattura 4 milioni di euro l’anno utilizzando solo spazzatura.
E fa impressione pensare che l’economia circolare passa dal cibo alla moda, guarda caso i due pilastri mondiali del made in Italy.

Sono infatti per lo più rifiuti dell’industria alimentare quelli che sommergono il nostro pianeta: bottiglie, bicchieri e cannucce di plastica, barattoli e scatolette, confezioni e capsule del caffè tutte materie prime che Javier trasforma insieme alle rete da pesca e ai pneumatici in snackers, giubbotti, parka, piumini e maglioni.
Fa riflettere pensare che “da lavoro” a tantissimi pescatori che oltre a sugarelli, sardine, scorfani, etc… recuperano dalle coste mediterranee della Spagna tonnellate di plastica che paga come materie prime.
Un’economia virtuosa che ha attratto anche il governo Thailandese (in Asia c’è moltissima plastica nei fondali) al punto da replicare lì l’esperienza.

E noi in Italia?
Beh a causa di un vuoto normativo fino a poco tempo fa addirittura se i pescatori nelle reti recuperavano plastica venivano pure accusati di essere coloro che l’avevano gettata!
Qualcosa è stato fatto ad esempio in Toscana la scorsa estate con “Arcipelago pulito” un progetto pilota di sei mesi di cui ancora non conosciamo i risultati ma che indirizzava poi la plastica recuperata allo smaltimento.
Fu annunciato come un progetto innovativo a livello mondiale e forse lo è sicuramente nel non considerare la plastica per quello che è: uno scarto tossico e dannoso da cui però si può generare nuova vita.

Davvero non sappiamo che dieci bottiglie di plastica possono trasformarsi in un elegante parka? Che i pneumatici usati sono un pavimento antiscivolo e antiurto per i giardini dei bambini? Che le capsule usate del caffè producono tessuti anti sudore e proteggono dai raggi Uva?

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