Massimo Ranieri, una voce per tutte le canzoni

Lo so, l’ho già detto e l’ho già scritto: quando parlo di Massimo Ranieri, mi riesce difficile essere oggettivo, ed è anche per questo che oggi scelgo la forma ‘letteraria’ del racconto a penna libera.

Ranieri_CopertinaDel resto, recensire l’ennesima replica del recital dell’artista napoletano Sogno e son desto, in viaggio canoro con un’antologia di brani uno più bello dell’altro, mi sembra quasi pleonastico. Che dire di più? Cosa aggiungere alla sua voce? Meglio, secondo me, raccontare emozioni e impressioni dello spettacolo a cui ho assistito ieri sera al Teatro Verdi di Firenze. Partendo da lontano.
La mia ammirazione per Massimo Ranieri ha infatti radici antiche. Inizia ai tempi di Rose rosse per te, Vent’anni e Erba di casa mia, questi i tre titoli che mi accendono da bambino, 45 giri che risuonano costantemente fra le mura domestiche, vinile che ruota, benevola spirale che non si chiude, ma si apre a orizzonti, sogni e sonorità (Vent’anni ha dato il via pure al concerto di ieri e tutti noi del pubblico eravamo già felici… poi sono arrivate anche le altre…).

ventanniIn seguito, quando vidi Metello, di Mauro Bolognini, mi resi conto che non mi stavo appassionando ‘semplicemente’ ad un grande cantante, ma che avevo di fronte un artista vero, un interprete capace, una persona condotta dalla sua intelligenza e curiosità a sperimentare nuove strade, ad imparare come stare dentro un film, e poi il circo, la danza, la recitazione, la regia, il teatro, pronta a rinnovarsi e cimentarsi in continuazione.

poster-film-metello

Non posso dire di aver seguito negli anni Massimo Ranieri con costanza e assiduità, però me ne sono lasciato travolgere ogni volta che ne avevo l’opportunità. Così è stato nelle sue apparizioni televisive, a partire dai mitici duelli con Gianni Morandi fino alle sue versioni dei classici di Eduardo e ad una recente serata estiva, in cui, imbattutomi in una puntata di Techetechetè a lui dedicata, non mi sono mosso dal divano finché non è terminata. L’ho visto anche a teatro, in Viviani Varietà, e mi sono appassionato.
Per questo il concerto del 20 ottobre al Verdi di Firenze e la stretta di mano in camerino rappresentano per il sottoscritto non la fine, ma il coronamento di un percorso, incostante quanto si vuole, ma permanente, quasi un’occasione di poesia di montaliana memoria. Non è un caso, forse, che gli abbia regalato il mio libro di versi L’angelico lombrico.

con ranieriLa sonora cascata di canzoni, la gamma interpretativa che spazia, si rigenera e si trasforma da un brano all’altro – oggi, correggetemi se sbaglio, nessuno canta, anzi interpreta come lui in Italia -, l’incursione puramente recitativa nei Sonetti di William Shakespeare, l’energia da Gianni Rock – il suo pseudonimo degli inizi ancora vivissimo, a giudicare dall’impeto della versione di ieri sera di Se bruciasse la città – che non sembra avere fine, la soddisfazione profonda di aver assistito ad un grande evento di spettacolo e di musica: tutto questo ho vissuto al Verdi, e che sarebbe successo lo sapevo già all’ingresso in teatro! A sipario chiuso e a varco emotivo abbondantemente ancora aperto, posso solo dire (come tutti, d’altronde, ieri sera) …grazie Massimo!

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