Sanremo, tutti i santi e il populismo da due soldi

2016021372158-Festival_Sanremo_2012_02_L“Nel bene e nel male basta che se ne parli” sembra inventato proprio per il più amato e odiato festival della canzone.
Sanremo non è la città di un solo Santo, ma è la città di cui tutti i Santi vengono invocati specie in una settimana di febbraio. Da 67 anni.
Una cittadina di mare tranquilla per 51 settimane l’anno e nel caos di un carnevale folle per una.
E anch’io di Sanremo voglio parlare, senza canzonette incluse però.

Questa pazza settimana di febbraio è anche, non suo malgrado, oltre a quella della musica italiana, la settimana delle banalità, dei discorsi inutili e del populismo da due soldi.
Ma è anche divertente nei suoi colori dalle mille sfumature, nei suoi personaggi incredibili e in tutto quel sottobosco umano di fatti, misfatti, chiacchiere e chiacchiericci.
Sanremo è soprattutto la sagra del populismo di chi dice che Sanremo non lo vede. Giammai!

Quelli che non lo vedono, ma che sanno tutto, conoscono cantanti e canzoni più di chi in quella settimana, gozzoviglia per piazza Corso Colombo e via Matteotti.
Quelli che fanno i moralizzatori e si scandalizzano del cachet di Carlo Conti e che dimenticano che più del doppio è stato dato negli anni scorsi a mute vallette già dimenticate.
Quelli che in uno scontatissimo discorso da ignoranti (nel senso vero del termine) confondono capra e cavoli dicendo che quei soldi devono andare ai terremotati.

Come se la burocrazia in Italia fosse un ostacolo facile da aggirare. Come se non si fosse mai fatto canzonette dopo e durante terremoti, guerre, crisi di governo, tensioni internazionali e altre bestialità.
Gli stessi che si indignano per questo è che con il qualunquismo lava coscienze pensano di espiare dicendo agli altri cosa devono fare ma dimenticando che, nel momento stesso in cui aprono la bocca per fargli prendere aria nel mondo si combattono guerre dimenticate in Ucraina orientale, in Yemen, in Sudan, in Etiopia, in Congo e in tanti altri posti del mondo.

E allora? Non ci sono forse morti da piangere, bambini in sofferenza e città distrutte anche lì?
Perché non proporre allora che oltre a fermare il festival di Sanremo si blocchi nel nome di un presunto rispetto per chi soffre anche il campionato di calcio, il moto mondiale, la formula uno e si chiudano cinema, teatri e ristoranti.
Perché sorridere, ridere, darsi il buongiorno e la buonanotte?
Ma basta. Siete patetici. Ed è un complimento.

Fare i “contro” per moda non serve ne a voi ne a chi vi sta vicino. Vi imbruttite in una tristezza da funerale.
Lasciateci vedere Sanremo, parlare di canzonette per una settimana. Vivaddio!
Lasciate che chi (come chi scrive) Sanremo e la sua settimana più pazza dell’anno ne ha vissuti diversi e anche vinto uno con un artista che seguiva non si senti un povero miserabile degno del vostro disonore.
Lasciateci vivere e soprattutto, imparate a vivere anche voi populisti tristi da quattro soldi.

Nadia Fondellifestival-di-sanremo

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