Tv locali: la crisi e i mancati pagamenti.

Le tv locali simbolo di democrazia e libertà. Sarà vero? So che quello che andrò a scrivere mi inimicherà molte persone ma sono una giornalista che ama porsi delle domande e la domanda ora è: è davvero utile che si investano soldi pubblici nelle tv locali nell’era della rete?

Non sono contro o a favore voglio solo fare una disamina su un argomento importante come l’informazione. Partiamo da un primo fatto. Oggi la gente come si informa? Non tutti nello stesso modo dipende soprattutto dall’età. Chi ha vissuto il boom economico anni ’60 e chi ha sognato negli anni’80-90 guarda ancora “all’oggetto” tv come fonte di informazioni “reali”.

Il Rapporto sul Consumo di Informazione dell’AGCOM del febbraio 2017 registra un 8% della popolazione che usa la televisione come mezzo esclusivo di informazione. Si parla di “frammentazione dell’informazione” con conseguente “consumo superficiale e disattento delle notizie” con un aumento del  rischio di disinformazione. Oggi l’informazione è cross-mediale e questo deve essere il punto di partenza.

Sono queste  le persone che ancora guardano la tv, che hanno un canale preferito rispetto all’offerta abbondantemente ampia. Per le notizie locali la RAI Regionale, è ritenuta affidabile mentre i tg delle tv locali  son seguiti in zone ristrette. Tutti comunque guardano i programmi tv  (dall’analisi dei dati di GfK Italia nel 2017, la televisione conferma la propria rilevanza comunicativa, raggiungendo nel giorno medio il 91,3% della popolazione e posizionandosi al primo posto, segue la radio che con il 51,8% di popolazione raggiunta nel giorno medio, si colloca prima sia di Internet) anche se in questo caso non si fa distinzione tra informazione e intrattenimento.

Una piccola parte di persone legge un quotidiano (di poco sorprendentemente in crescita) o un settimanale di tendenza politica ben precisa (nessuno confronta più quotidiani di diverse aree) cercando approfondimenti che in tv difficilmente troverà.

Il resto delle persone si affida alla rete. La rete che produce notizie in tempo reale, fruibili da tutti, dove l’immagine attira e la lettura è veloce. C’ è anche qualche approfondimento ma in quanti lo leggono? E anche in questo caso le fasce sociali hanno un peso.  In rete c’è il brutto ma c’è anche il buono e il molto buono ma bisogna saperlo cercare.

Sicuramente i  giovani digitali un giorno sapranno cercare le notizie che, ormai adulti, saranno di loro interesse ma gli adulti di oggi hanno ancora qualche difficoltà quindi pigiare quel tasto e far entrare immagini e voce nell’intimità della propria casa resta per loro più cosa più semplice e naturale.

Interessante, sempre dallo stesso studio, i dati di accesso all’informazione attraverso fonti algoritmiche ed editoriali (2017): 36,5% della popolazione fa base sui social network e motori di ricerca, 17,1 % guarda ai siti web e app di quotidiani locali, 15,4 a siti web e app di quotidiani nazionali, 9% siti web/app di riviste e periodici, 8,6 % testate native digitali,  7,8% siti web/app di tv locali, 6% siti web/app di radio locali, 5,3% siti web/app di radio nazionali.

Torniamo quindi ai contributi alle tv locali che indubbiamente sono in difficoltà. Il Presidente della Toscana Enrico Rossi ha scritto un appello per salvare le tv locali al presidente della Conferenza delle Regioni Bonaccini, che ha fatto propria la richiesta di accelerazione al Governo e ha già inviato a sua volta una lettera al neoministro allo sviluppo economico Di Maio.

Il problema sono i contributi statali destinati alle tv legate ai territori, regionali e locali che sono in ritardo. Le tv nel frattempo si sono dovute aggiornare con gli investimenti tecnologici necessari conseguenti al varo del digitale terrestre. E hanno speso mettendo in crisi l’azienda.

In una nota si dice che: “Le emittenti locali hanno beneficiato dal 1999 di contributi statali e questi si sono rilevati un decisivo volano per la crescita dell’occupazione, con graduatorie in gran parte determinate dal numero di dipendenti assunti. Ad oggi sono stati però erogati contributi solo fino al 2015. Per i successivi tre sono stati stanziati 100 milioni ogni anno, ma la nuova procedura, che grava adesso unicamente sugli uffici del Ministero, ha allungato ulteriormente i tempi, che già non erano brevissimi in precedenza.”

Ma davvero le emittenti locali hanno incrementato il numero dei dipendenti assumendo e formando professionisti? E ancora: davvero è stata fatta una maggiore qualità specialmente nel campo dell’informazione? Davvero si sono informatizzate connettendosi anche con il web? Ora se è vero che alcune hanno nel complesso investito bene e aumentato la qualità dei servizi offerti altre hanno fatto l’opposto: meno denaro uguale meno qualità. Conosco tv locali che hanno affidato la creazione del proprio spazio web ad amici e parenti!

Quindi la domanda è quei soldi sono serviti davvero ad aggiornarsi? C’è stata una forma di controllo? Telecamere o studi nuovi non  creano una redazione in grado di lavorare.  Inoltre una tv deve produrre prodotti di qualità non solo a livello giornalistico per essere  utile. Un servizio sulla festa del santo patrono può essere l’occasione per far cultura ma solo se studiata, programmata  e fatta bene. Invece la maggior parte delle emittenti locali va avanti senza un vero direttore preparato professionalmente, in alcune non si fanno neanche le riunioni di redazione,  si mandano i giornalisti allo sbaraglio,  spesso si fanno fare servizi a chi giornalista non lo è oppure si mandano i giornalisti a far “markette”, si  programmano repliche su repliche, anche di cose che di locale hanno ben poco con inutili interviste chilometriche.

Dobbiamo ancora pagare per questo?  Certo i colleghi delle tv che in questo momento stanno soffrendo la crisi delle loro aziende si sentiranno attaccati ma ciò che voglio dire è che forse è il momento di fermarsi e non chiedere più contributi a pioggia. È il momento di capire cosa è necessario dare alla gente e non “ciò che si pensa voglia  la gente”.  Qualità anche nel piccolo, più soddisfazione per tutti.

Le tv locali potrebbero avere un vero valore sociale se fossero davvero le paladine della qualità territoriale.
Senza dimenticare la radio. L’intramontabile mezzo che non ti costringe a stare fermo in un luogo.  C’è stoffa per crescere e lavorare ma ci vuole un cambiamento.

Roberta Capanni

 

 

 

 

 

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