Un sabato in tramvia

Esterno notte. Firenze. Via del centro vicino alla stazione ferroviaria.
Esco da un ristorante e saluto i colleghi. Eravamo lì per lavoro nonostante il sabato sera. Mi inoltro in una strada dove non passano le auto ma un fiume di gente. Facce che mi scorrono accanto.

Noto solo una coppia sulla mezza età avanzata. Stanno a braccetto e sembrano quasi spaesati. Vanno piano e sono sorpassati dalla gente più giovane che corre. Hanno la faccia pallida, i vestiti decorosi quasi eleganti al contrario della varietà umana che gli scorre accanto. Molti indossano giubbotti e piumini perché fa freschino nonostante che  la primavera sia arrivata. Colori scuri soprattutto. Facce abbronzate, facce super truccate, qualche infradito. Il mondo è bello perché è vario.
Quando arriviamo a distanza ravvicinata, la coppia mi saluta. Prima lei, poi lui. Con un sorriso accennato. Non ci conosciamo ma probabilmente ci siamo “riconosciuti” in radici comuni.

Arrivo alla fermata della tramvia. Una folla enorme si accalca aspettando quel treno cittadino. Arriva la prima, direzione aeroporto ma salgono in pochi. La “massa” aspetta quella che va a Villa Costanza. Avranno lì il bus che li attende. Firenze è una città “mordi e fuggi”. Il turista preferisce dormire altrove oppure dedicarle un giorno e via.

Troppo piena per entrare.  Aspetto la successiva. Appena entrata mi rintano in piedi in posto d’angolo, spalle al metallo e osservo. Ci sono persone, soprattutto,  forse anche italiane, ma i cui nonni non hanno combattuto per questo paese. Hanno accenti stranieri ma  son tutti con la testa “infilata” nei loro smartphone. Pochi guardano fuori.

Solo la vocina squillante di una bimba vestita con un piumino a fiori e le scarpette rosa acceso risuona familiare. È molto piccola, chiacchierina, ha gli occhi asiatici e la pelle scura e un inconfondibile accento toscano.  Fa domande al papà, un ragazzone alto con gli occhi orientali e alla mamma, solida ragazza dai tratti peruviani. Scendono nella prima periferia.

Sale una ragazza. Ha gli auricolari e pare profondamente triste come solo una adolescente  sa esserlo. Con lei son saliti tre ragazzotti. Cappellino da baseball Gucci con la tesa sul collo, jeans, felpe e scarpe  firmatissime. Avranno un 45 di piede. Parlano a voce molto alta. Un po’ in italiano, un po’ in quello che sembra russo. Pare che vogliano spaccare il mondo e in vista della  loro fermata iniziano a battere con insistenza eccessiva sul pulsante di apertura che comunque diventerà verde e aprirà la porta anche senza tutte le botte e manate che sta ricevendo.

Non fanno in tempo a scendere i tre fenomeni che salgono altri cinque dall’aria spaccona. Italiani forse o misti, un paio hanno accento campano. Parlano a voce molto alta, sembrano un po’ brilli. Fanno partire una  musica a tutto volume come se avessero delle casse. Ballano. Due si avvicinano alla ragazza triste. La costringono a togliere l’auricolare. Uno la conosce di vista. La presenta agli amici anche se lei pare non gradire tutte quelle attenzioni. La invitano ad unirsi a loro. Lei declina. Una, due volte.

Tutti hanno ancora la testa infilata nei loro smartphone. Qualcuno alza un occhio. Quella musica è eccessiva e disturba il loro scorrere su facebook o instagram. I ragazzi insistono, troppo,  con la ragazzina. Lei risponde appena. Uno le tocca un braccio e lei lo guarda brutto.

Mi posiziono per la mia fermata e appena si apre la porta, la ragazza triste con uno scatto fulmineo esce. La porta si chiude e lei si mette a correre attraversando i binari. I manfani con la loro musica non hanno fatto in tempo.

Esterno notte. Periferia fiorentina. Luce gialla dei lampioni. Silenzio. Ps. E sono solo le 22 di un normale sabato sera.

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