Via la plastica dagli stabilimenti balneari. A quando i rifiuti tossici?

Plastica ‘usa e getta’ al bando già da questa estate negli stabilimenti balneari toscani. La Toscana si fa bella a inizio stagione estiva agli occhi dei turisti balneari anticipando così l’Europa col plastic-free, ma dimentica che l’azzurro del suo mare nasconde pattumiere sommerse e che nell’acqua dolce destinata all’uso umano si è autorizzato non meno di un anno fa l’utilizzo di 29 pesticidi dannosi per la salute.
Due pesi e due misure? Si protegge l’acqua salata del mare all’inizio della stagione per farsi belli e attrattivi agli occhi dei tour operator e si autorizza impunemente l’inquinamento di quella dolce?

beach-chairs-1548375_1920La Toscana si scopre ambientalista sull’onda lunga di Greta Thumberg e del movimento Friday for future e protegge le sue coste con un accordo con le categorie dei balneari per mettere al bando la plastica dai lidi. Plaudiamo spellandoci le mani all’iniziativa ma non comprendiamo.
Vorremmo solo capire come sia possibile che la stessa giunta usi due pesi e due misure in tematica ambientale.
La stessa Toscana meno di un anno fa, e precisamente il 30 luglio 2018 proprio mentre tutti noi eravamo distratti da bagni di mare e creme abbronzanti ha autorizzato col Puff (piano per l’uso sostenibile dei portovesme-bacino-fanghi-bauxite-wprodotti fitosanitari e fertilizzanti) l’utilizzo di ben 29 pesticidi nell’area di salvaguardia di captazione di acque sotterranee destinate all’uso umano nella zona del pistoiese. Tra cui i pericolosi clorpirifos e glifosate nonché altri addirittura privi dell’autorizzazione dell’UE e quindi revocati dal Ministero della Salute (Azinfos ethyl, Azinfos methyl, Demeton S-metile.
Com’è possibile che l’acqua dolce delle falde acquifere dell’entroterra che beviamo sia inquinabile, mentre quella del mare che vale l’economia dell’industria turistica balneare e rosignano_divieto_balneazionequindi dell’immagine stessa del nostro turismo sia da proteggere?

Lo scorso marzo Bruxelles ha varato una direttiva storica: porre fuorilegge dal 2021 tutte le stoviglie in plastica per ridurre i rifiuti in mare (che per l’80% sono costituiti da plastica).
In realtà già tante realtà italiane, già da tempo, hanno anticipato l’Europa (Lampedusa, Tremiti, Pachino, Noto, Castiglione della Pescaia, etc…) senza dirlo troppo in giro dato che lo consideravano piombino-imagoeconomica-k7zG--835x437@IlSole24Ore-Webun atto dovuto verso il pianeta.
Ben venga comunque la presa di coscienza anche dei novecento stabilimenti balneari della costa (dai confini con la Liguria fino alla Maremma) che hanno deciso di essere ‘plastic free’ già da questa estate così come l’isola d’Elba che con i suoi otto comuni uniti aveva già comunicato la decisione alcuni mesi fa.

L’intesa è stata firmata da Confesercenti, Confartigianato, Confcommercio, Cna Toscana-Centro, Confindustria e il sindacato di base “Donne di mare”. Un protocollo aperto ed altre associazioni, se vorranno, potranno in futuro sottoscriverlo a cui ha aderito anche Anci Toscana, l’associazione dei comuni.

Durante la firma del protocollo, arrivato preciso con l’apertura della stagione balneare, si è lodato anche ai 13 milioni di euro investiti dalla regione con i comuni per rifare gli arenili portati via dalle mareggiate. Peccato però che proprio i cambiamenti climatici siano una delle cause principali dell’erosione degli arenili.
Si è preso pubblicamente l’impegno a tenere sempre più pulito il mare mostrando i dati (Arpat) che dicono che i livelli di presenze di rifiuti in Toscana sono più bassi di quelli previsti a livello europeo.
Peccato però che abbiamo seguito personalmente la vertenza Arpat come si legge in questo articolo e che i dati europei hanno mostrato invece anche con immagini satellitari che una delle più grosse isole di plastica del Mediterraneo si trova proprio fra la Corsica e l’Arcipelago toscano.

Si loda infine al rinnovo dell’impegno coi pescatori per raccogliere rifiuti laddove si accumulino in mare per effetto delle correnti.
Peccato però anche qui che ciò dovrebbe essere normale, come lo è in altri paesi del mondo. Che è anomalo invece considerare l’armatore di un peschereccio che s’impegna a ripulire il mare portando a riva i rifiuti come colui che deve pagarne lo smaltimento.
In Spagna sulla costa mediterranea i pescherecci guadagnano anche senza pescato ripulendo il mare. Le industrie della moda, ad esempio, pagano loro la plastica recuperata dal mare un tanto al chilo come preziosa materia prima seconda necessaria per fare snackers, giubbotti, etc… Un’economia virtuosa.
Addirittura i governi di paesi asiatici altamente inquinati come la Thailandia  hanno copiato l’iniziativa spagnola e pagano con fondi pubblici i pescatori per recuperare plastica.
Perchè da noi allora tutto ciò deve essere spacciato come straordinario?

I numeri delle plastiche in mare sono impressionanti, ma un altro elemento preoccupante sono i mozziconi di sigarette. Anche in questo caso i comuni sono al lavoro su due linee principali, dal divieto di fumo, linea abbastanza radicale, alla valutazione dell’opportunità di contenitori ermetici in spiaggia per impedire l’abbandono delle cicche. Ma anche qui pericolosamente in ritardo.

Si stima che ogni anno vengono prodotte 280 milioni di tonnellate di plastiche e che da qui al 2050 la cifra, se non cambierà qualcosa, rischia di raddoppiare.
Almeno 8 milioni finiscono nei mari di tutto il mondo, compreso il Tirreno, portati dai fiumi o trascinati alla largo dalla risacca sulla spiaggia; ad almeno 250 miliardi ammonterebbero nel solo Mediterraneo i microframmenti, quelli più pericolosi perché finiscono nella catena alimentare. Ed è notizia di questi giorni che ognuno di noi ogni settimana mangia un quantitativo di microplastiche grandi come una carta di credito. 

La regione Toscana però niente ci racconta del Puff del luglio 2018 che di fatto permette di avvelenare l’acqua che beviamo.
Non capiamo come mai tutelala la salute pubblica togliendo le stoviglie di plastica dai bagnasciuga ma pare sorda all’appello dei Medici per l’Ambiente che hanno in molte occasioni pubbliche presentato dati scientifici impressionanti sulle conseguenze nefaste sulla salute umana dell’utilizzo dei veleni in agricoltura autorizzati dal Puff.
Insistendo al limite della petulanza noi di Toscana Wow ai vertici regionali abbiamo chiesto perchè. La risposta, non senza imbarazzo è che “stiamo lavorando a una soluzione”. Praticamente è stato come dire bene il niente…

Che dire tornando al mare dei fusti tossici “caduti” negli abissi al largo dell’isola di Gorgona e quindi in pieno Santuario dei Cetacei nel silenzio di tuti nel 2011. Fusti pieni di catalizzatori fatti di nichel-molibdeno, metalli pesanti.
Che dire delle 420 tonnellate annue di fanghi rossi di  biossido di titanio definito “possibile cancerogeno per inalazione H351” sversato da un industria nel fiume Bruna a Gavorrano. Un quantitativo peraltro enorme che è il triplo dei rifiuti prodotti da tutta la provincia di Grosseto in un anno turisti compresi.
Paradossale poi che sia la stessa azienda protagonista di gravi danni ambientali durati un ventennio e una lunga vicenda giudiziaria per aver scaricato direttamente in mare, a 100 metri di profondità e teoricamente ad 80 miglia dalla costa (in realtà molti meno) 5000 tonnellate di fanghi tossici ogni tre giorni. L’unica cosa che è cambiata da ieri a oggi è la forma del veleno: prima erano fanghi e si sversavano in mare oggi con la “bonifica” sono gessi e vengono depositati in una cava che poi sversa nel fiume Bruna.

Che dire infine di una delle “spiagge più pericolose del mondo”, come viene definita da tanti portali mondiali quella attigua allo stabilimento chimico della Solvay, multinazionale belga che da oltre un secolo ha massacrato un tratto di costa toscana con le sue scorie. Sono le celebrate (pazzesco che lo siano anche da parte della promozione turistica locale) “Spiagge Bianche” vendute come Caraibi italici ma che in realtà altro non sono che una spiaggia artificiale costruita su una discarica chimica e con un mare all’apparenza cristallino ma in realtà ricco di scorie della lavorazione del bicarbonato: arsenico, mercurio, composti organoclorurati e Pcb, ovvero i policlorobifenili, composti organici considerati inquinanti persistenti, dalla tossicità simile a quella della diossina. Un mare paradossalmente spesso balneabile (oltre i 100 metri dall’industria) perchè la balneabilità viene stabilita dalla presenza di batteri che qui non ci possono certo essere dato che con i veleni presenti non fanno crescere nemmeno la Posedonia. Eppure guai a parlare male della fabbrica da queste parti. E’ lei che ha dato il nome anche al paese e che ha dato lavoro a tanta gente. Così estate dopo estate si finge che questi siano davvero i Caraibi e la si promuove ai turisti come una delle spiagge più belle della Toscana…

E ci fermiamo qui anche se potremmo continuare ancora e guardare a Piombino massacrata dalla siderurgia e da una discarica che si vuole raddoppiare.
Vogliamo solo riflettere sulla vocazione ambientalistica della Toscana.
La stessa regione che è al sesto posto nella classifica nazionale per numero di reati ambientali accertati e che è preceduta in classifica solo da Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio come ci documenta, nero su bianco, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle “attività illecite connesse al ciclo dei rifiuti e su illeciti ambientali ad essi collegati”.
Un desolante quadro che emerge in oltre 350 pagine di relazione che raccontano una lunga serie di indagini e processi per illeciti e danni ambientali, legati al riciclo degli stracci, allo smaltimento dei liquami, dei fanghi e dei rifiuti solidi e delle discariche abusive ma che punta il dito anche sulla presenza di attività industriali che inquinano e che vengono dunque indicati come “siti da bonificare”.

Quindi non è che col divieto dell’uso di plastica in spiaggia si voglia guardare la paglia e non vedere la trave?

 

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